il commento di Riccardo Nencini
all'intervista a Eugenio Scalfari 
apparsa su Repubblica del 2 gennaio 2021
IL RIFORMISMO SECONDO SCALFARI
L’epigrafe ‘riformista’ no, Berlinguer proprio non la merita

In una lunga intervista Scalfari indica ai lettori di Repubblica i riformisti italiani del ‘900. Sono cinque, eccoli: Gobetti, Rosselli, De Gasperi, La Malfa, Berlinguer (forse Aldo Moro).
Bene, ma una cosa è citare protagonisti della vita politica cui si ispira il giornale di cui è stato fondatore e direttore, altro tentare di costruire un pantheon del riformismo italiano. Si dirà, ognuno legge la storia patria con occhi di parte, e però vi sono dati oggettivi, non dico la verità, che non si possono proprio tacere, altrimenti, per citare Balzac, si fa della cronologia spicciola. E, aggiungo io, si riduce la storia a un cencio bagnato.
Riformista è chi adotta un metodo graduale per cambiare la realtà. Non è un rivoluzionario ne’ un conservatore. Il termine nasce all’interno del movimento socialista. Questo il vocabolario.
Gobetti, dunque. Sì, senza dubbio, un liberale eretico in una lunga notte d’inferno. Fu lui a scrivere l’elogio più emozionante di Matteotti straziato dalla squadraccia di Dumini. Fu lui, Gobetti, a considerare il socialista Matteotti un maestro di vita perché era stato tra i pochissimi a intuire la dittatura fascista e a cercare di porvi rimedio dopo aver cambiato la vita di migliaia di straccioni polesani. Vogliamo mettere Giacomo tra i riformisti? E di Turati che ne facciamo? Dello sporco socialriformista attaccato da fascisti e comunisti vogliamo parlare visto che proprio loro lo considerano il principe dei riformisti? E infatti, tra coloro che ne favorirono la fuga in Francia dal porto di Savona c’è proprio Rosselli, sporco riformista anche lui.
Saltando al secondo dopoguerra, a De Gasperi, grande statista, aggiungerei Fanfani - rileggersi le riforme attuate dai suoi governi - e più tardi Nenni quale artefice del centrosinistra. Prima di Nenni, Saragat. E poi La Malfa.
Che Scalfari cancelli Craxi e’ scontato, ma che citi Berlinguer come maestro del riformismo e’ un’esagerazione che nemmeno lui, Berlinguer, avrebbe tollerato. L’aggettivo riformista venne considerato in tutti gli anni 70 e nel decennio successivo un’offesa. Perché, dunque, Berlinguer? Perché, sostiene Scalfari, ruppe con l’URSS. È davvero così’? I fatti, solo i fatti. Il PCI di Berlinguer segretario si oppose al Sistema Monetario Europeo (1978), appoggiò l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), votò contro gli euromissili. Dov’è la rottura con l’URSS? Non ci fu svolta europeista nelle politiche comuniste perché il cordone ombelicale con Mosca non venne mai rotto del tutto. Tanto che, con l’arrivo di Gorbachev, i successori di Berlinguer confidano ancora in un’evoluzione del regime sovietico. Prima di considerarmi un bugiardo, rileggersi gli atti congressuali al tempo di Natta e di Occhetto. E infatti Occhetto, cito alla lettera, dichiarò: ‘La storia forse ci vede sconfitti...noi comunisti italiani fummo originali e diversi, anche se non innocenti, perché nei fatti succubi dell’Urss’.
Tralascio il peana al marxismo-leninismo risalente all’inizio degli anni 80, tralascio l’isolamento in cui fu abbandonato Terracini quando dichiarò che Turati aveva avuto ragione, non voglio nemmeno ricordare lo Scalfari deputato socialista (1968), fatto parlamentare e votato a Milano proprio dai maledetti craxiani perché non rischiasse il carcere dopo aver denunciato, da ottimo giornalista qual era, il Piano Solo del generale Di Lorenzo.
L’epigrafe ‘riformista’ no, Berlinguer proprio non la merita.

E noi ci permettiamo di aggiungere che così, in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista, si compie lo scempio della verità pur di consentire ai comunisti di continuare a non ammettere che la scissione di Livorno è stata una catastrofe, e che non si doveva fare. 

IL N. 11 DI NOVEMBRE 2020 DE il punt (leggi/scarica qui)

DA QUESTO NUMERO
La ricorrenza fu istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1999, partendo dal principio che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. In tutto il mondo una delle prime cause di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio compiuto da persone conosciute, come mariti, compagni, partner o ex partner. Spesso le violenze si consumano all'interno delle mura domestiche, come dimostra l'aumento di casi rilevato dall’inizio della pandemia. Il numero di donne uccise in Italia nel primo semestre 2020 è salito da 56 a 59 rispetto allo stesso periodo del 2019. E, in tutto il mondo i movimenti limitati, l'isolamento sociale e l'insicurezza economica causa emergenza sanitaria,  hanno contribuito a incrementare la vulnerabilità delle donne e la violenza.

Le leggi contro i crimini di odio vanno difese tutte e da tutti perché se passerà solo una discriminazione, allora passeranno tutte”. Cathy La Torre

IL N. 11 DI NOVEMBRE 2020 DE il puntO  (leggi/scarica qui)

LA "COPERTINA" DELL' AVANTI!  DI NOVEMBRE
Si può acquistare in Federazione

SEGNALIAMO IL CORSIVO DI PAOLO FRANCHI
SUL CORRIERE DELLA SERA DEL 19 DICEMBRE 2020

OTTAVIANO DEL TURCO
EVAPORATE LE ACCUSE, RESTANO SOLO I SILENZI

Anno dopo anno la «valanga di prove» contro di lui si è squagliata. Il Senato discute se togliergli il vitalizio. Tace la Cgil di cui fu numero due al tempo di Luciano Lama

Contro di lui c’era «una valanga di prove». E la carcerazione preventiva era inevitabile, visto il suo «profilo delinquenziale non comune che lascia ritenere pressoché certa la reiterazione degli stessi reati per cui si procede». L’uomo che così veniva rappresentato, lasciando incredulo almeno chi, come me e tanti altri giornalisti politici e sindacali, lo conosce da una vita, si chiamava, e si chiama ancora, Ottaviano Del Turco. Socialista fin da ragazzino. Numero due della Cgil ai tempi di Luciano Lama. Senatore. Ministro della Repubblica. E, al momento dell’arresto, il 14 luglio 2008, presidente (di centro-sinistra) della Regione Abruzzo. Dodici anni dopo, Del Turco, malato di cancro e afflitto dall’Alzheimer, non riconosce più neanche i suoi cari. Non sono un medico, ma mi permetto lo stesso di pensare che tra il suo stato attuale e il suo calvario giudiziario qualche nesso ci sia. Anno dopo anno, sentenza dopo sentenza, la «valanga di prove» contro di lui si è quasi del tutto squagliata. Via l’associazione a delinquere, via la corruzione e il falso, via altri reati minori, resta alla fine solo una condanna della Cassazione a tre anni per induzione indiretta. Sul fatto che una legge possa avere una applicazione retroattiva ci sarebbe parecchio da discutere. Non c’è da discutere, invece, ma solo da restare allibiti di fronte alla decisione del Senato di togliere a Del Turco il vitalizio di cui, si fa per dire, gode. E da prendere atto con (moderata) soddisfazione della successiva decisione di prendersi un mese di tempo per stabilire se procedere o no. Quanto alle reazioni suscitate dal caso, colpiscono soprattutto i silenzi. In particolare quello della Cgil, evidentemente immemore della propria lunga storia, e del ruolo per nulla secondario che il socialista autonomista (non è una parolaccia) Del Turco vi ebbe. Specie quando si trattò, correva l’anno 1983, Craxi e Berlinguer duellavano all’ultimo sangue sulla scala mobile, di salvarne nonostante tutto l’unità.

OTTOBRE 2020 E' USCITO IL N 10 DE il puntO  (leggilo/scaricalo qui)

da questo numero
PIU CONTROLLI CONTRO IL CAPORALATO DIGITALE
Mancato rispetto delle tutele contrattuali, inosservanza della sicurezza sulle strade e nel lavoro, occupazione di lavoratori stranieri irregolari, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e dinamiche di caporalato digitale. La Procura di Milano ha concluso un’ indagine contro le maggiori quattro compagnie multinazionali americane di consegna del cibo a domicilio che hanno investito nel territorio italiano.
Proprio come il caporalato agricolo, quello digitale funziona per intermediari. Molti extracomunitari, pur di lavorare, accettano qualsiasi compromesso e le multinazionali della ristorazione ci giocano per abbassare le tariffe ed essere più competitive. Ci sono poi stranieri in regola con i documenti che rivendono o affidano i propri account a lavoratori senza permesso di soggiorno che non potrebbero essere assunti. I caporali concordano con i lavoratori fantasma una cifra che si aggira intorno ai 300euro al mese che riscuotono direttamente dal lavoro altrui. Si fa tutto online: mandati i documenti, le compagnie, senza nemmeno fare un colloquio di persona o telefonico, senza sapere chi sono e se hanno necessità, li assumono. A quel punto i regolari passano il loro account a quelle persone “irregolari”.
Il sistema di compravendita è ben organizzato, il regolare guadagna in media 10euro lordi, chi prende in affido l’account ne guadagna 3 netti perché 7 li chiede il titolare del contratto. Così i “nuovi schiavi” sono serviti. Vittime di questa filiera sono gli invisibili delle aree metropolitane, nella maggior parte dei casi giovani provenienti dai Paesi più poveri del mondo, che accettano, pur di avere accesso ad un lavoro che sia in grado di dar loro la speranza di raccogliere qualche briciola da un’economia dei servizi digitali che si sta arricchendo sempre di più sulle spalle dei lavoratori. Le compagnie, che sono a conoscenza di come funziona il sottobosco dei lavoratori fantasma e di tutta la dinamica della compravendita, sono i primi caporali di questi braccianti metropolitani. Gli inquirenti della Procura hanno rivelato: “i ciclo- fattorini, oltre ad essere pagati alla vergognosa cifra di 3euro l’ora, venivano depauperati delle ritenute d’acconto operate ma non versate, sottoposti a condizioni di lavoro degradanti, con un regime di sopraffazione retributivo e trattamentale. Venivano derubati delle mance che i clienti lasciavano loro e puniti, attraverso una arbitraria decurtazione del compenso pattuito, se non si fossero attenuti alle disposizioni impartite. Approfittavano dello stato di bisogno dei lavoratori, migranti richiedenti asilo dimoranti nei centri di accoglienza, pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale, e li destinavano al lavoro in condizioni di sfruttamento”. Accuse che hanno portato quest’estate al commissariamento di una delle aziende, ad indagare alcuni manager interni e gli amministratori di due società esterne di reclutamento di personale che fornivano alla filiale italiana del colosso americano. La chiusura delle indagini ha confermato il perdurare delle condizioni di sfruttamento e dell’estrema vulnerabilità lavorativa della categoria dei riders. Prassi inaccettabili che richiamano ad una riflessione collettiva sulle generali condizioni di lavoro, a partire dalla necessità di garantire i diritti dei lavoratori di questo comparto, tra i quali dignitose condizioni di lavoro, sicurezza e equo compenso per i quale il Partito Socialista si batte da tempo. Contro il permanere di comportamenti illegali ai danni di queste lavoratrici e di questi lavoratori occorre oggi, più che mai, oltre che dare le giuste tutele contrattuali, incentivare più controlli e ispezioni.

 

DEL TURCO. SERVE UN SUSSULTO DI BUON DIRITTO E DI PIETAS
(gira pagina per andare all’appello di Maraio e Nencini che puoi sotoscrivere)

A nessuno può essere comminata una pena non prevista all’epoca dei fatti contestati, attinenti ad una fattispecie di reato.
È questo il caso di Ottaviano del Turco, parlamentare nazionale fino al 2001 ed europeo fino al 2005 quando – da abruzzese - fu eletto presidente della regione Abruzzo, carica dalla quale si dimise a causa delle indagini che lo riguardavano. Dunque tutti fatti precedenti al 2008 ma per revocargli il vitalizio si è applicata una norma del 2015. La norma lega questa pena accessoria a quella comminata dal giudice penale di interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici.
Nel 2017 Del Turco viene definitivamente assolto con formula piena – il fatto non sussiste – dal reato più grave di associazione a delinquere per corruzione, concussione, truffa, mentre nel 2018 c’è la conferma definitiva del reato di induzione indebita (istigazione alla corruzione), reato che potrebbe sussistere anche qualora l’istigazione, di fatto indimostrata, non producesse alcun effetto concreto.

Srive Valerio Onida:
“In ogni caso, trattandosi di pena accessoria, varrebbe il principio di irretroattività in pejus di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., e dunque siffatta nuova sanzione non potrebbe mai trovare applicazione a casi di condanne per fatti commessi anteriormente all’entrata in vigore della norma che lo preveda.”
Aggiunge Onida che il vitalizio non ha le caratteristiche di una concessione graziosa revocabile al venir meno dei requisiti per i quali era stata riconosciuta. Non viene in considerazione l’onorabiltà richiesta per il mantenimento della carica di parlamentare. Chi gode del vitalizio non è più in carica.

Questi i termini:
“Per quanto possano riscontrarsi elementi di favore ingiustificati nella relativa disciplina, è assai dubbio che il vitalizio degli ex parlamentari possa essere inquadrato, quanto meno nella sua totalità, in tale fattispecie, e che possa dunque essere revocato quando la persona incorra in determinate condanne, invocando il venir meno di un requisito di onorabilità … necessario per l’accesso o il mantenimento della carica …”
In sintesi, il vitalizio non è una onorificenza ma una prestazione economica con finalità previdenziale e quindi sottratta a sanzioni retroattive.

Il provvedimento di revoca del vitalizio adottato ai primi di dicembre di quest'anno (2020) dall’Ufficio di Presidenza del Senato – la Presidente Casellati e i Presidenti dei Gruppi parlamentari - è di una gravità inaudita, non soltanto in punta di diritto. Ottaviano Del Turco giace da tempo in gravissime condizioni di salute, vogliamo credere che chi adottava il provvedimento non ne fosse informato.

Intanto, presso la Cassazione pende la richiesta di revisione del processo. Dubitiamo che Del Turco potrà conoscerne l’esito.   

L’appello di Maraio e Nencini a Mattarella e Casellati
sottoscritto da migliaia di militanti e cittadini

Il PSI si rivolge alle più alte cariche dello Stato per chiedere che il Senato riveda la decisione, presa qualche giorno fa, di togliere il cosiddetto vitalizio a Ottaviano Del Turco. Con un appello del Segretario del Psi, Enzo Maraio e del Presidente del Psi e della Commissione Istruzione e cultura del Senato, Riccardo Nencini, rivolta al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e una lettera alla Presidente del Sentato Maria Elisabetta Casellati, si chiede “un atto di pietà, immediato generoso e efficace. Un gesto di civiltà, umana e giuridica” nei confronti dell’ex segretario del Psi, sindacalista e tra i fondatori del Pd, Ottaviano Del Turco, che – sottolineano Nencini e Maraio – “è profondamente malato. Malattie che lo hanno privato da tempo di una vita dignitosa. Vive affacciato sul baratro – proseguono – non roconosce nemmeno i familiari. La privazione del vitalizio – aggiungono – complica la possibilità di curarlo come si deve, come si deve a qualsiasi persona che giace su un letto senza speranza. Non giudichiamo le sentenze – precisano – e tuttavia, da una valanga di accuse, tutte gravissime, è rimasto un solo capo di imputazione. Presso la Cassazione pende la richiesta di revisione del processo. Dubitiamo che Del Turco possa conoscerne l’esito”. L’appello rivolto al Presidente della Repubblica ha raggiunto in poche ore migliaia di adesioni di iscritti e militanti del partito. Hanno sottoscritto l’appello, tra gli altri, i membri della segreteria nazionale del partito, Bobo Craxi, Ugo Intini, Gigi Covatta, Gennaro Acquaviva, Pia Locatelli, Rino Formica

PUOI SOTTOSCRIVERE L'APPELLO SCRIVENDO A:
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Ordine dei Farmacisti della Provincia di Ravenna
DOMENICO DAL RE CONFERMATO PRESIDENTE
Il 29 settembre scorso i farmacisti della provincia di Ravenna hanno rinnovato il loro consiglio direttivo. Alla Presidenza è stato riconfermato Domenico Dal Re.
Lo stralcio della sua intervista.
L’Ordine ha sempre avuto come obiettivo primario una politica a tutela della salute pubblica. Se la validità dei sistemi si misura nelle difficoltà, durante la prima emergenza Covid, a livello locale, il sistema ha retto meglio che in altre zone. Il modello della provincia di Ravenna nasce una decina di anni fa dalla disponibilità delle farmacie pubbliche e private, dalla sensibilità politica dell’Amministrazione comunale e del direttore generale dell’Asl che a suo tempo l’ha portato avanti con convinzione sia a livello locale che regionale. La farmacia deve diventare sempre più presidio sanitario territoriale, che con la legge sui servizi può e deve ampliare l’offerta alla collettività, per non sguarnire del tutto i piccoli centri. Si guardi ad alcuni esempi: con il coordinamento del sindaco si è riusciti per primi a calmierare il prezzo delle mascherine e grazie al magazzino delle farmacie comunali a garantirle alla collettività. In sanità la cooperazione, non la competizione, deve essere la linea da seguire: qui si ha intenzione di ampliarla maggiormente, per garantire una politica sanitaria omogenea e comunque sempre più condivisa anche con le altre professioni sanitarie.

COSÌ  LA FEDERAZIONE DI RAVENNA
SABATO 5 DICEMBRE 2020 ALL'ATTIVO REGIONALE DEL PARTITO
gli interventi di Francesco Pitrelli e Lorenzo Corelli

PITRELLI

I LIMITI DELLA SANITÀ
La pandemia da Coronavirus ha evidenziato tutti i problemi della sanità italiana, una sanità regionalizzata dopo la riforma del Titolo V che mostra importanti differenze, come fra Emilia-Romagna e Lombardia e fra nord e sud. Anche nella nostra Regione, che comunque si presenta fra le regioni al top nella sanità nazionale, c’è una mancanza di operatori sanitari, medici, infermieri, OSS. Non solo, però, mancano i lavoratori, mancano anche gli spazi, a causa della chiusura di reparti, ospedali e centri di primo soccorso. Infine, si rende necessario investire sulla medicina territoriale, medici di base, case della salute, ospedali di comunità e farmacie.

TRASPORTI
Il tema dei trasporti, diventato ormai centrale nell’opinione pubblica, deve essere affrontato con serietà e criterio. Importanti progetti sono quelli che riguardano la metropolitana di superficie lungo l’asse della via Emilia, lo sviluppo infrastrutturale della costa, in particolare la ferrovia di Ferrara-Ravenna-Rimini. Lungo la via Emilia, per evitare la saturazione del traffico ferroviario, sarebbe opportuno trovare una soluzione al servizio di Alta Velocità. È importante anche, per garantire un servizio il più capillare possibile, investire su infrastrutture e mezzi nelle tante linee secondarie della nostra Regione.
Anche il trasporto urbano deve diventare una priorità in tutte le città sopra i 50000 abitanti. In Provincia di Ravenna sono pochi gli investimenti da questo punto di vista, come nella maggior parte delle province dell’Emilia-Romagna. Vista anche la legge regionale che imporrebbe la chiusura dei centri storici alle auto, bisognerebbe puntare su nuove modalità di trasporto pubblico che garantiscano efficienza e capillarità.

DIGITALIZZAZIONE E LAVORO AGILE
Importante è la digitalizzazione della PA e di tutti i servizi ed è necessario continuare a incentivare i pagamenti con carta contro i contanti. I tempi attuali rendono anche fondamentale legiferare sul telelavoro, rendendolo quindi più agile e più conciliabile con la vita fuori dal lavoro.

GIOVANI
I giovani sono una delle categorie più colpite dalla crisi pandemica, sociale ed economica. È necessario investire su istruzione università e ricerca, ma anche in politiche del lavoro e abitative, per permettere alle nuove generazioni di avere più opportunità per il futuro.

CORELLI

Rendere di nuovo fecondo il campo Socialista
L’intelligenza delle cose è un esercizio necessario per rendere più probabile il conseguimento di un risultato, necessario e faticoso per studiare, conoscere e immergersi nei fenomeni, pronti a influenzarli, se non a determinarli, piuttosto che assecondarli pur di ottenere un facile, ma probabilmente fuggevole, consenso.
Tutto più difficile per noi, nello stato in cui ci troviamo, che non potremmo neppure trarre temporaneo vantaggio a cavalcare i fenomeni anziché cercare di indirizzarli.
Si individuano tre filoni:
-       il primo riguarda la storia e la sua analisi critica, capace di riconoscere meriti e colpe, i meriti per andarne orgogliosi, le colpe per accettarle come tali ed espungerle definitivamente. In ogni caso limitarsi a prendere da qui le mosse per guardare al futuro senza fantasticare che il passato ritorni. E, per quanto riguarda la sinistra nel suo complesso, confrontarsi apertamente sulla scissione di Livorno della quale nel 2021 ricorre il centenario;
-       il secondo concerne il modo in cui i socialisti possano tornare visibili. Probabilmente non bastano le tessere, la partecipazione alle competizioni elettorali, le parole d’ordine più o meno efficaci, più o meno ben canalizzate sui media e sui social. In ogni caso tutto questo è condizionato dal contesto e dalle risorse umane ed economiche delle diverse realtà;
-       il terzo ci interroga su come rendere di nuovo fecondo e più efficacemente visibile, il campo socialista. Si potrebbe far leva sull’uso dei luoghi dei quali ancora disponiamo, non per aprirli genericamente all’esterno, come più volte preconizzato, ma con attività che coinvolgano concretamente chi possiamo avvicinare sviluppando progetti concreti, soprattutto su tutto quanto tocca gli interessi delle nuove generazioni, la formazione culturale, il lavoro, senza chiedere la tessera.
Impariamo intanto a smettere di misurare il tasso di socialismo di chi nel socialismo si riconosce. Il socialismo è un campo largo ed è questa la sua forza in tutta Europa.
Come è noto, in Italia la sinistra nasce repubblicana, anarchica, socialista.
Il socialismo è quello che da fine ottocento fino al primo dopo guerra è stato capace di aggregare maggiori adesioni e consensi nel Paese da nord a sud. Sempre però diviso tra massimalisti e riformisti e da ultimo, dopo il 1917, comunisti.
Una forza quella Socialista e Socialdemocratica uscita preminente nella sinistra alle prime elezioni del secondo dopo guerra, ma pur sempre rilevante anche in seguito, nonostante la preminenza di quella Comunista, fino alla crisi e al tracollo del ‘92/’94.
Cercare ancora oggi, quando appartiene a tutti i socialisti la scelta riformista, distinzioni sulla base di diverse sensibilità personali, è obiettivamente assurdo. Sempre che, a forza di distinguere, ognuno di noi non voglia rimanere l’unico e ultimo dei socialisti.

Gli assetti istituzionali e la nostra Regione
Altri già propongono le macro Regioni, l’accorpamento dei minuscoli Comuni, il ripristino delle Province, magari anche esse più ampie – aggiungiamo - visto che il mezzo di trasporto non è più il cavallo.
Preferiamo dunque soffermarci sul fatto che in Italia c’è l’inflazione delle città Metropolitane che metropolitane non sono se si escludono - a essere generosi - Roma e, forse Milano e Napoli.
Basterebbe che le altre, o almeno quelle che ne hanno le caratteristiche – non certo Reggio Calabria! – diventassero Grandi Comuni incorporando quelli contermini come Municipi, per risolvere in un sol colpo anche la questione della elezione diretta dei consiglieri.
La pianura della nostra Regione è antropizzata e urbanizzata in modo diffuso, e attorno a Bologna i Comuni contermini sono spesso in pressoché totale continuità.
Sono le condizioni ideali per immaginare la realizzazione del grande Comune di Bologna, come pure la massima integrazione nei collegamenti est ovest e nord sud con una metropolitana di superficie.

LA FEDERAZIONE DI RAVENNA

SCEGLIERE IL CAMPO
Come si possa individuare il campo nel quale scegliere di stare è il prius della politica, e deve basarsi su molti aspetti, non ultimo il rispetto reciproco fra gli occupanti. Facile più a dirsi che a farsi, soprattutto se si proviene da diverse formazioni. È un equilibrio stretto tra la possibilità di continuare a rappresentare la propria essenza originaria e consentire che se ne sviluppi una nuova e condivisa, condivisa, non frutto di sopraffazione egemonica. Onde evitarla serve una autonoma attitudine all’elaborazione del pensiero, alla capacita di analisi, all’azione.
La prima regola perché ciò accada è l’equilibrio nella rappresentanza. Dunque non è attaccamento alle poltrone la ricerca di posizioni all’interno di un Partito, di una aggregazione, di una alleanza, ma lo strumento per consolidare nell’effettività quella comunione.
Se qualcuno viene meno a questo, statene certi che ci sarà rottura.
Questo equilibrio va innanzitutto cercato nel Partito, e quello socialista, come già detto, è concettualmente un campo largo, che non può non adattarsi alle concrete realtà in cui opera per non essere un’utopia o, peggio, occasione di una divisione senza costrutto. Al proposito, così Turati il 17 febbraio 1920 in una lettera ad Anna Kuliscioff: Quanto sarebbe prezioso per noi questo momento storico, e quale delitto politico vi sia nel vivere così alla deriva, tra una rivoluzione che non si fa e una riforma che non si tenta, gli uni cercando gli alibi negli altri per giustificare il proprio bullismo, e viceversa. Dunque solo Turati, Matteotti con lui e il loro piccolo PSU avevano capito come sarebbe andata a finire con la iattura della scissione comunista voluta da Mosca, che divideva il Partito mentre il fascismo montava. Ancora una volta vento di divisione - come alle origini con gli anarchici - responsabilità dei socialisti, ma soprattutto dei comunisti.

ALLEANZE
Non si intende certo affrontare la ben più modesta questione odierna delle alleanze scomodando la grande storia, e però essa ci ammaestra sul fatto che non è a dividere il campo della sinistra che ci si rafforza, nei noi, né gli altri. Dunque si riguarderà a ciò che è possibile fare nell’ambito della sinistra nel migliore dei modi in un dato contesto.
Nei comuni sotto i 15.000 abitanti, dove vige il maggioritario stretto, ci siamo presentati in coalizione di centro sinistra a Conselice, Fusignano e Russi, eleggendo un consigliere/assessore a Fusignano e un consigliere a Russi.
Nei comuni sopra i 15.000 abitanti non siamo (stati) in grado di presentarci in alcun modo a Cervia, a Bagnacavallo ci siamo presentati con Bagnacavallo Civica una lista europeista di popolari, repubblicani e socialisti che ha ottenuto una assessore, a Lugo Sinistra per Lugo recante il nostro simbolo oltre a quello dell’associazione Partecipazione Sociale che ha ottenuto anch’essa un assessore, a Faenza, infine, con Faenza Coraggiosa che ha eletto due consiglieri e ottenuto un assessore. A Bagnacavallo, Lugo e Faenza, nessuno dei consiglieri e assessori appartiene alla componente socialista.
A Ravenna che voterà la primavera prossima, nel 2016 ci eravamo presentati con Ravenna In Comune a sinistra e fuori dalla coalizione di centro sinistra. Poi, nel 2018 abbiamo aderito politicamente alla maggioranza di centro sinistra tramite la lista civica Ama Ravenna. Anche se – volendo schematizzare – riteniamo che il nostro campo naturale sia alla sinistra del Pd nell’ambito della coalizione di centro sinistra, ciò non di meno dobbiamo sentirci liberi di valutare ogni aspetto di possibile nostra partecipazione ad una liste elettorale della coalizione.
Si dovrà esaminare quale possa essere il nostro apporto circa la qualità delle candidature che potremo esprimere anche in termini di potenziale elettorale, la maggiore o minore considerazione del nostro ruolo, la chiarezza dei rapporti politici, atteso che quelli programmatici di base saranno gioco forza comuni alla coalizione.

CONCLUSIONI
Ancora non sappiamo se la pandemia ci darà il tempo, prima della tornata elettorale amministrativa di maggio, di sperimentare almeno in nuce quell’uso dei luoghi dei quali disponiamo di cui si diceva, per creare nuove forme di aggregazione, di modi di elaborazione del pensiero e dell’agire nella società.
Il rischio invece è che si venga all’improvviso precipitati in una abborracciata campagna elettorale

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 I CIRCOLI FIGLI DI UN DIO MINORE?

Pur non contestando la necessità di rispettare tutte le limitazioni richieste per combattere la diffusione del virus, riteniamo incomprensibile l’esclusione dei circoli da qualsiasi possibilità di operare, senza neppure essere beneficiari di alcun ‘ristoro’.
Con la loro sopravvivenza è messa in discussione anche quella dei luoghi che li ospitano e ai quali consentono di potersi conservare.
La loro asfissia infatti trascinerebbe con sé presenze a volte secolari di una radicata tradizione associativa, cooperativa e mutualistica alla quale la nostra terra deve moltissimo in termini di emancipazione e riscatto sociale.
Non possiamo dunque non sottoscrivere appieno quanto affermato in proposito dal Vice Sindaco Eugenio Fusignani e, in particolare: “ … occorre sollecitare il governo a prendere in esame anche la questione dei circoli ricreativi, consentendo aperture per i soli soci con le stesse modalità e le analoghe restrizioni dei pubblici esercizi.”
È esattamente quanto, inascoltati, avevamo già richiesto in tutte le sedi.

il n. 9 di settembre 2020 de il puntO (leggilo/scaricalo qui)

DA QUESTO NUMERO

TUTTO O QUASI SUL VOTO. DALLE REGIONALI ALLE COMUNALI
A Faenza il centro sinistra vince e Massimo Isola è il nuovo sindaco
“Faenza Coraggiosa” elegge due consiglieri. Un buon risultato per i nostri candidati

Andiamo con ordine. Il 21 e 22 settembre, oltre che per il referendum costituzionale, in sette regioni, sei a non tener conto della piccola Val d’Aosta (Campagna, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto), si è votato per l’elezione dei Presidenti e dei Consigli regionali, come pure in un migliaio di comuni per l’elezione del sindaci e dei Consigli comunali. Tra questi ultimi Faenza.

REGIONALI. Se, non c’è stata alcuna spallata, per altro temuta, e ancora una volta il governo esce indenne dal voto  regionale così come da quello referendario, non ci sembra corretto trarre dal risultato nelle regioni indicazioni politiche generali di un qualche valore, almeno laddove si andava alla riconferma dei Presidenti uscenti. I sistemi elettorali regionali sono fortemente maggioritari e incentrati solo sui candidati alla massima carica, candidati che l’improvvida riforma del titolo 5° della Costituzione ha trasformato da Presidenti a Governatori - Monarchi quando si ricandidano - in grado di raccogliere un voto trasversale, che pesca indifferentemente dall’elettorato di destra e di sinistra, potenzialmente clientelare. Vincono dunque con percentuali incredibili almeno tre degli uscenti: Zaia (77%) in Veneto, De Luca (70) in Campania, Toti (56) in Liguria. Ma pure il quarto, Emiliano in Puglia, il più’debole’, ha vinto di larga misura sul suo principale concorrente.
In Campania i socialisti con il 2,5% eleggono un consigliere, mentre in Puglia, essendoci lo sbarramento al 4%, con il 3,9 non ne eleggono nessuno.
L’esiguo numero di Consiglieri regionali da eleggere, che nelle diverse regioni vanno da 40 a 60 e il sistema di calcolo di attribuzione dei seggi maggioritario, producono di fatto l’effetto di uno sbarramento implicito, dunque perché punire ulteriormente la rappresentanza politica con uno sbarramento normativo?
Così, se dovessimo trarre una valutazione politica di ordine generale constateremmo che esiste un legame stretto tra l’esito del referendum e delle regionali. L’istituzione parlamento ne esce indebolita, guadagnano invece visibilità e peso politico i governatori uscenti, già in evidenza nella crisi Covid, affrontata privilegiando la concertazione tra esecutivi a danno delle Camere. Bisognerà dunque fare grande attenzione a che le ulteriori auspicabili riforme non prendano una strada sbagliata, stravolgendo la Costituzione. Non manca, infatti, chi potrebbe vedere in un parlamento indebolito l’occasione per puntare al sindaco d’Italia, o all’Italia delle repubblichette. Non è certo un caso che Zaia trionfante abbia immediatamente dichiarato che unico interesse dei veneti è l’autonomia (differenziata).

LA CONFERMA TOSCANA. La vittoria del centro sinistra in Toscana ci riguarda da vicino perché faciliterà importanti collaborazioni che riguardano il futuro anche per la nostra regione e la nostra provincia, come le infrastrutture, con la linea Firenze-Faenza, e la candidatura alle Olimpiadi, per fare qualche esempio.

COMUNALI. Non sono buoni, per i socialisti, i risultati nelle liste assieme a partiti come Azione o Italia Viva. Paiono invece più soddisfacenti quelli ottenuti assieme agli altri della sinistra di governo. Laddove possiamo farlo e ci presentiamo con il nostro simbolo, in genere eleggiamo. Bisognerà insistere su questa via, quando possibile, perché il simbolo socialista continui ad essere sempre più presente nelle schede elettorali. Per ricostruire il Partito e ottenere soddisfazioni in futuro è importante far conoscere il simbolo e parlare con la gente perché riscopra le nostre idee.

FAENZA. Dopo le due formazioni maggiori in competizione - il Pd con il 33,9% che elegge il Sindaco e 9 consiglieri e la Lega con il 18,7 – seguono praticamente alla pari tre liste, Faenza Cresce (7,4) e Faenza Coraggiosa (7,2) per Massimo Isola, Fratelli d’Italia (7,3) per Paolo Cavina. Dunque nel centro sinistra si equivalgono due liste seconde soltanto al Pd e che eleggono entrambe 2 consiglieri, mentre conquistano un seggio ciascuno il M5S e, buon ultima, Italia Viva, le altre due liste della coalizione non eleggono nessuno.
In Faenza Coraggiosa i candidati socialisti Francesco Pitrelli e Margherita Calzoni ottengono rispettivamente 69 e 24 preferenze: una buona base di ripartenza per tornare  a crescere, a cominciare da chi ha dato fiducia ai nostri candidati. In ogni caso continueremo a portare avanti il progetto di Faenza Coraggiosa, vigileremo sull’operato della Giunta e del Consiglio e daremo il nostro contributo ovunque ci verrà consentito.
Dopo Faenza, la primavera prossima si voterà per il Comune di Ravenna. Anche qui i socialisti sono chiamati ad un impegno straordinario per garantire una loro buona presenza politicamente incisiva

 

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