LEGGE ELETTORALE. UN COMPROMESSO, NON UNA CATTIVA LEGGE
l’unica possibile se la si voleva, come è giusto, largamente condivisa
a pie' di pagina segue un commento di Claudio Martelli sui voti di fiducia

Chi la voleva maggioritaria e chi proporzionale. Chi con i collegi uninominali e chi con le preferenze. Chi con un minimo di ‘diritto di tribuna’ per le formazioni minori e chi con uno sbarramento ‘punitivo’ per le stesse. Chi, infine, che favorisse le coalizioni e chi no. C’era addirittura anche chi, preferendo il ‘tanto peggio - tanto meglio’, non voleva nessuna legge votata dal Parlamento.
Dunque, quella che potrebbe apparire una legge ‘arlecchino’, un po’ maggioritaria e un po’ no, con uno sbarramento moderato e che incentiva il formarsi di coalizioni, senza preferenze, è vero, ma con listini bloccati di pochi candidati nella parte proporzionale, altro non è che l’unica mediazione possibile. L’unica se si voleva un consenso esteso e non limitato alla sola maggioranza, come è giusto quando si fissano regole istituzionali. Un compromesso, ma non una cattiva legge.
Del resto basterebbe ricordare come in materia l’opinione pubblica sia stata, nel tempo e seguendo il pifferaio di turno, piuttosto ondivaga. C’è stato, ad esempio, un tempo che le preferenze erano considerate il male assoluto, in quanto favorivano all’ennesima potenza il  controllo e il condizionamento del voto. Mentre ora sarebbero, al contrario, l’espressione più genuina della libertà di scegliere i propri rappresentanti. Ma basterebbe avere memoria, e non soltanto seguire le mode, per dire altrettanto per quanto riguarda ogni altra opzione. E neppure dimenticare che per governare in una Repubblica parlamentare occorre conquistare la maggioranza dei voti o dei seggi.
Con questa legge potrebbe bastare, non la maggioranza assoluta dei voti, ma quella della eventuale conquista della maggioranza dei seggi, grazie alla somma di altrettante singole maggioranze, non necessariamente assolute, di collegio. Non più quindi la totale deformazione, con un premio di maggioranza, della volontà degli elettori. Se ne faccia una ragione chi strepita perché vorrebbe vincere da solo, o quanto meno massimizzare il proprio risultato solitario di lista, e non consentire ad altri di coalizzarsi. Chi lo vuole si accomodi, correre o vincere da soli non è vietato
!
Saranno i partiti e non il popolo a scegliere chi candidare e chi eleggere? È Vero. Ma, per essere sinceri fino in fondo, bisogna pure dire che con qualsiasi legge elettorale la scelta dei candidati è comunque sempre nella totale disponibilità di chi ha la potestà di predisporre le liste. E, nel caso dei collegi uninominali, pure la ‘scelta’ degli eletti, cioè i candidati nei collegi più ‘sicuri’. E anche se a scegliere gli eletti fossero gli elettori con il loro voto di preferenza, di sicuro non potrebbero votare per gli esclusi dalle liste. In ogni caso, con le preferenze, potrebbero essere eletti i candidati più potenti e ricchi, in proprio o grazie ai potentati che li sostengono.
Osserviamo però che sarebbe stato meglio ammettere quel voto ‘disgiunto’ che non obbliga l’elettore ad esprimersi, con un solo voto, sia sul candidato di collegio sia sulla lista/coalizione ad esso collegata. Non averlo consentito nega, almeno in linea di principio, la piena espressione della volontà degli elettori, pur essendo il numero di quelli che lo utilizzerebbero irrilevante, come già avviene nell’elezione dei sindaci.
__________________________________________________________________________________________________________

 così Claudio Martelli sui voti di fiducia
L'unica strada possibile
La violenta polemica sui voti di fiducia è giusta? C’erano altre strade? Più democratiche? Per esempio: si sarebbe potuto fare la legge elettorale con un decreto del governo? In principio niente lo vieta ma tutti convengono che sarebbe stato uno strappo ben più grave. Per non dire che anche i decreti devono essere convertiti in legge e che la questione del voto di fiducia si sarebbe riproposta comunque. Seconda questione: la legislatura è alla fine, incombe l’obbligo di varare la legge di stabilità e la finestra temporale per la legge elettorale sta per chiudersi. Dunque, se non adesso quando? Terza questione: votare a scrutinio segreto 140 emendamenti avrebbe aperto la strada al «Vietnam parlamentare» cioè alla guerriglia minacciata da Bersani. Di qui la scelta di Gentiloni per voti di fiducia che, essendo pubblici, neutralizzano i franchi tiratori. Scelta costituzionalmente legittima (si tratta di una legge ordinaria) e politicamente necessaria. Oltretutto, la legge in discussione – il Rosatellum – è iniziativa di un’ampia maggioranza parlamentare e il governo, con il voto di fiducia, richiesto anche dal grosso delle opposizioni, ha fatto da scudo. Che gridino al golpe i 5 Stelle è nella natura di un movimento nemico della democrazia rappresentativa. La loro democrazia è quella del web, diretta, regolata e ritrattabile secondo convenienza da una ditta privata e dall’arbitrio di un comico pregiudicato. A giugno concordarono e poi affossarono una legge di stampo tedesco. Ora vorrebbero votare coi due moncherini residuati dai tagli della Corte Costituzionale e renderci schiavi del caos che ne deriverebbe. Infine gridano che la legge è fatta contro di loro perché riconosce le coalizioni. Ma se non vogliono alleati e nessuno vuole allearsi con loro, a Di Maio resta sempre San Gennaro.

Sei qui: Home Primo Piano LeggeElettorale2017